L'assemblea si svolgerà domenica 30 novembre a Poggibonsi (SI), presso i locali dell'associazione "La Toscanina".
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Il nostro Clan darà nell'occasione un resoconto della sua attività passata e presente, ed esporrà le proprie idee ed intenzioni per le azioni future.
Ufficiale: la Toscana sede della prima assemblea del Movimento Libertario
sabato 25 ottobre 2008 alle 14:18 Pubblicato da Tommaso Lorenzi
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Università di Siena? Rinascere nel mercato.
lunedì 6 ottobre 2008 alle 18:26 Pubblicato da Leonardo Butini
I problemi finanziari che hanno investito l’università senese hanno radici che affondano nell’ultimo quindicennio, e possono certo essere letti in vari modi. Sia sul piano delle responsabilità penali che su quello della dialettica interna all’istituzione, è normale che vi sia una grande attenzione a ricercare quali possono essere stati i “colpevoli”. Non si tratta solo di veder scorrere il sangue, ma soprattutto di capire quali decisioni abbiano prodotto il disastro del presente, che certamente verrà pagato a caro prezzo dall’intero capoluogo toscano e da quanti (senesi e no) gravitano sull’università come studenti e come docenti.
Ben al di là del caso specifico, però, vale la pena di chiedersi se il crack del bilancio senese non sia figlio soprattutto di un ordine istituzionale – quello delle università italiane – che va interamente rivisto, ponendo al centro la libertà di scelta degli studenti e la responsabilizzazione di ogni amministratore.
Cominciamo dal primo dato, il più elementare: il meccanismo di selezione delle gerarchie. Nelle università italiane, il rettore è eletto attraverso un complesso meccanismo che obbliga i professori candidati a tale carica a ricercare il sostegno dei propri colleghi e del resto del mondo universitario locale. Al termine di un’abile campagna elettorale si può quindi passare dallo studio e dall’insegnamento della Filologia romanza o della Fisica dei solidi alla gestione di un’impresa con migliaia di dipendenti. Ed è chiaro che i risultati possono essere solo modesti.
Negli Stati Uniti le cose funzionano diversamente, sia negli atenei pubblici come in quelli privati. Gestire un’università è una professione specifica, e non già il frutto di improvvisazione. Quanti nella vita ambiscono a svolgere questo ruolo, iniziano con il guidare piccole università oppure con l’avere ruolo direttivi “minori” all’interno di università prestigiose, e dopo aver dato mostra di qualità organizzative, gestionali e amministrative finiscono per farsi carico di Yale o di Harvard.
C’è poi un’altra questione, ancor più cruciale.
Le università italiane – anche quelle dette “private” (Cattolica, Luiss, Bocconi ecc.) – sono di fatto tutte università di Stato, in quanto sono finanziate dai contribuenti sulla base di complicati criteri che, ad esempio, permettono la nascita e la sopravvivenza di troppe facoltà senza iscritti, di scarso o nullo interesse.
Una seria alternativa a tutto ciò sarebbe la privatizzazione del sistema accademico italiano e la creazione di un’offerta differenziata, competitiva, stimolata ad attirare gli studenti. Oggi l’università pubblica prende a tutti – compresi i redditi più bassi – e restituisce (sotto forma di rette assai modeste) solo a quella quota composta di italiani che mandano i figli all’università: e si tratta ovviamente di famiglie più rappresentate nei ceti medi e alti che in quelli bassi o bassissimi.
Privatizzare le università e costringere ognuno a finanziarsi da sé l’istruzione vorrebbe dire dare un potere del tutto nuovo agli studenti, che oggi non sono quasi mai in grado di far valere le proprie ragioni di fronte all’istituzione e, in particolare, dinanzi ai docenti. L’obiezione che in tal modo i più poveri non potrebbero studiare può essere facilmente superata, perché a tale scopo sarebbe sempre possibile per lo Stato elargire borse di studio per quanti sono bravi e meritevoli.
Questo mi pare allora essere l’insegnamento cruciale che viene dalle presenti difficoltà dell’università di Siena: bisogna che le istituzioni dell’alta formazione siano costrette a selezione bene docenti e ricercatori, siano spinte a farli lavorare al meglio, siano indotte ad assumere buoni modelli gestionali e a prendersi cura del loro futuro. E per far questo c’è bisogno che le università siano sempre più “imprese di mercato” e sempre meno “apparati di Stato”.
Uno tra i professori più coraggiosi, intelligenti e controcorrente che Siena abbia avuto negli ultimi decenni, Franco Romani, esattamente vent’anni fa scrisse un articolo che dava ragionevoli indicazioni su come l’università italiana avrebbe dovuto cambiare. In quel pezzo, “Un po’ di anarchia nel cuore dell’Accademia”, l’economista suggeriva di attribuire potere allo studente.
Si tratterebbe, in fondo, di tornare alle origini: dato che nel dodicesimo secolo e in quelli successivi le università erano associazioni di studiosi, che si facevano pagare per le loro lezioni, o associazioni di studenti, che “assumevano” i professori e pretendevano da loro corsi di qualità. In un caso o nell’altro, le università erano realtà di mercato, in cui lo scambio delle idee s’intrecciava di continuo con lo scambio del denaro.
È a quell’antico modello che l’università di Siena, le cui radici sono fatte risalire al 1240, dovrebbe tornare ad ispirarsi.
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Defiscaliziamo la Toscana!
venerdì 3 ottobre 2008 alle 19:31 Pubblicato da Leonardo Butini
Esenzione dalle imposte sui redditi per 5 anni, esenzione dall'Irap, esenzione dall'Ici, esonero dal versamento dei contributi previdenziali: sono queste le misure previste dalla nuova "Zona Franca Urbana" (ZFU) che in Toscana potrebbe essere costituita dall'area intercomunale di Massa Carrara.Le Zone Franche Urbane sono aree previste dalla Legge Finanziaria 2007, ribadite nel 2008, in cui si concentrano programmi di defiscalizzazione per la creazione di piccole e micro imprese.
Con provvedimenti del genere, il fisco in pratica riconosce le proprie colpe: lungi dall'essere una "cosa bellissima", le tasse hanno il potere di tarpare le ali allo sviluppo economico, e l'evasione fiscale, presentata per lo più come un immondo crimine, diventa spesso l'unica via percorribile per aziende che vogliano crescere o anche soltanto sopravvivere.
Che sviluppo economico faccia rima con tassazione soft, è ormai evidente dati alla mano: dall'Irlanda ai nuovi membri UE dell'ex URSS, passando per i paesi baltici, a crescere è chi applica la cosiddetta flat tax, vale a dire un sistema di tassazione nel quale ad ogni contribuente,che si tratti di una persona fisica o di un'azienda,viene applicata una sola aliquota d'imposta,indipendentemente dal suo livello di reddito e dalla fonte di quest'ultimo.
Dietro a provvedimenti come quelli delle ZFU, che pur accogliamo con favore, risiede però la convinzione che misure simili siano applicabili soltanto in casi di straordinario disagio economico ed occupazionale, e che estenderle indiscriminatamente costituirebbe un danno secco alle tasche delle fasce più deboli della popolazione…nulla di più falso. Ovunque nel mondo si siano tagliate in modo energico e concentrato nel tempo anche e soprattutto le aliquote che colpiscono i più "ricchi", le entrate per le casse dell'Erario sono aumentate mentre è contestualmente diminuita la partecipazione dei meno abbienti al gettito totale. Limare le unghie al fisco rende infatti l'evasione fiscale meno conveniente, riuscendo là dove falliscono regolarmente misure "feroci" alla Vincenzo Visco: la carota in questo caso è meglio del bastone, la riforma Reagan lo insegna.
Oltre che su considerazioni di tipo utilitaristico, la nostra contrarietà ad un fisco oppressivo si fonda comunque su ragioni morali: le tasse sono un furto, ed il modo in cui viene spartito il bottino conta poco per chi ha a cuore la libertà individuale. L'auspicio pertanto è che provvedimenti come quello di Massa Carrara possano essere estesi nel tempo e ad altre zone: defiscaliziamo la Toscana!
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Buone vacanze e...buona lettura!
sabato 2 agosto 2008 alle 11:19 Pubblicato da Leonardo Butini
Agosto, tempo di vacanze, sole, spiagge e mare…e anche il nostro blog si prende qualche giorno di pausa. Torneremo in settembre, quando sul piatto avremo molte novità: dall'imminente primo congresso del Movimento Libertario nazionale all'organizzazione del primo convegno del nostro Clan, che si terrà presumibilmente in autunno, il periodo sarà di quelli particolarmente intensi, tutto da seguire sulle nostre pagine.Per ora vi lasciamo al meritato riposo sotto l'ombrellone, e vi salutiamo consigliandovi una buona lettura per allietare le vostre ore su sdraio e lettini: "L'identità toscana" di Sergio Salvi, un libro per toscani doc, che ci porta alla riscoperta delle nostre radici, troppo spesso infangate e distorte dalle menzogne di Stato.
Correndo sempre sul filo del paradosso, Salvi ci svela in queste pagine alcune delle bufale risorgimentali più ricorrenti e radicate, mostrandoci come l'Italia sia per lo più una costruzione artificiosa ed irrispettosa delle diversità che sempre hanno caratterizzato le nostre terre (in proposito, da leggere dello stesso autore anche "L'Italia non esiste", edito dalla Leonardo Facco Editore), e come la storia sia piegata troppo spesso al volere dei potenti di turno, responsabili, in nome di una patria costruita a tavolino da grigi burocrati, dei più orrendi misfatti.
Un libro per spiriti liberi, pronti a mettere in discussione le versioni "ufficiali" spacciateci quotidianamente da giornali e tv per partire alla riscoperta di una cultura, di una tradizione e di una identità, quella toscana appunto, che sarà anche sopita da decenni di statalismo, ma continua pur sempre, sotto traccia, ad essere ben viva e presente nel nostro agire quotidiano, nelle nostre menti e nei nostri cuori.
Ecco per voi una breve presentazione del libro di Salvi…buona lettura e buone vacanze!
Questo libro sulla Toscana parte da una visione toscanocentrica, non subalterna ad altri punti di vista che pretendano di raccontarla collocandola, a posteriori, al loro interno. L'identità toscana vi è infatti intesa come un congiunto di popolo, di territorio, di lingua, di cultura e di storia che la rende unica e irripetibile. Ciò emerge anche dalla successione delle istituzioni che l'hanno anticipata e poi rappresentata: la cechana etrusca, la regio augustea, la provincia dioclezianea, la pars longobarda, la marchia franca e, dopo un periodo di frantumazione politica, la ricostruzione dell'unità tramite il granducato, prima mediceo e poi lorenese. Oggi la Toscana vive in contumacia nella regione omonima, in attesa di un suo più coerente riconoscimento nell'ambito dell'auspicata e più volte annunciata riforma in senso federalista dello Stato italiano.
Lo spargi-rifiuti è un eroe
mercoledì 23 luglio 2008 alle 09:57 Pubblicato da Leonardo Butini
“Lo spargi-rifiuti trova oggigiorno poche persone che lo difendano. E' attaccato da tutte le parti, e deve sostenere l'urto delle “anime belle”. Canali radiotelevisivi mandano in onda spot anti-rifiuti sotto forma di “servizio pubblico”; comitati di genitori e di quartiere, associazioni parrocchiali ed organizzazioni civiche sono tutti d'accordo nell'attaccare chi semina rifiuti...i rifiuti sparsi sono un grande elemento riunificatore.
In ogni caso, c'è un piccolo, apparentemente insignificante dettaglio che annienta l'accusa contro i rifiuti sparsi e contro lo spargi-rifiuti: i rifiuti sparsi possono solo esistere sul suolo pubblico, mai su una proprietà privata. Le pubblicità che illustrano le presunte nefandezze dello spargimento dei rifiuti sono ambientate nelle autostrade, sulle spiagge, sulle strade, nei parchi...tutti luoghi pubblici. E ciò non perchè la maggior parte dei rifiuti venga seminata nei luoghi pubblici ma perchè è così per definizione. Se qualcosa somigliante in tutti gli altri aspetti allo spargimento dei rifiuti dovesse accadere in un luogo privato, non sarebbe affatto considerato spargimento di rifiuti.
Quando grandi folle lasciano uno stadio, una sala cinematografica, un circo, quelli che restano tra le poltrone e nei corridoi non sono e non possono essere dei rifiuti sparsi. E' immondizia, sporcizia, spazzatura, ma non "rifiuti sparsi".
Alla fine del normale orario lavorativo, nelle zone centrali delle nostre città un'orda di addetti delle pulizie converge su banche, negozi, ristoranti, uffici, fabbriche ecc. privati. Ciò che devono fare è pulire e assolutamente non si può dire che raccolgano rifiuti sparsi. Contemporaneamente, la nettezza urbana pulisce le strade e i marciapiedi pubblici, raccogliendo i rifiuti sparsi.
Ora non è possibile fare una vera distinzione tra l'abbandono di spazzatura in luoghi pubblici e l'abbandono di spazzatura in luoghi privati. Non c'è ragione di chiamare l'uno, e non l'altro, “spargere rifiuti”, poiché in ambedue i casi in pratica si fa la stessa cosa. In ambedue i casi, infatti, la produzione di spazzatura è una concomitanza del processo del produrre e del consumare.
In certi casi, l'abbandono della spazzatura, perchè venga raccolta più tardi, è una soluzione ottimale. Per esempio, un falegname, sprecherebbe troppo tempo se raccogliesse i trucioli mentre lavora. E' più semplice ed economico lasciare che i rifiuti si accumulino, per poi spazzarli via a fine giornata o a intervalli regolari. Il direttore di una fabbrica potrebbe indire una campagna anti-rifiuti, e costringere i falegnami a tenere i loro spazi di lavoro liberi da qualsiasi accumulo di trucioli. Potrebbe rinforzare quest'ordine con una multa, però, a causa di queste regole, la sua forza-lavoro potrebbe licenziarsi o, non licenziandosi, i costi di produzione salirebbero eccessivamente, e la ditta perderebbe ordinazioni che passerebbero a fabbriche concorrenti.
Nell'esercizio della professione medica, d'altro canto, lo spargimento di rifiuti non può essere tollerato. Le sale operatorie, di consultazione o di trattamento, devono essere igieniche, disinfettate e ben pulite. La mancata adozione di una forte campagna anti-rifiuti porterebbe in questo caso al fallimento dell'ospedale, via via che si spargesse la voce che l'istituto è anti-igienico[...]ciò che questi esempi, apparentemente disparati, hanno in comune, è di illustrare come, nel mercato, il decidere se e quanto spargimento di rifiuti sia lecito permettere si basi, in ultima istanza, sulla volontà e sui desideri del consumatore.
La questione non viene trattata semplicisticamente, e non si alza un grido generale per eliminare gli spargi-rifiuti. Vi è piuttosto un attento soppesare dei costi e dei vantaggi che il permettere ai materiali di scarto di accumularsi comporta.
Nella misura in cui i costi di raccolta delle immondizie sono bassi, e i danni provocati dalla spazzatura elevati, saranno frequenti le raccolte e severe le sanzioni per chi abbandona le immondizie, come nell'esempio proposto sui rifiuti sparsi in un ambiente medico. Se i costi della raccolta delle immondizie sono alti, e i danni provocati dall'accumulo pochi, ci saranno raccolte meno frequenti, e nessuna sanzione per lo spargimento dei rifiuti. Queste politiche differenti non sono il risultato di una legge statale, ma sono il risultato di un processo di mercato. Gli imprenditori che non agiscono in accordo con un'analisi minuziosa dei costi/vantaggi perdono clienti...un sistema basato sui bisogni e sui desideri dei singoli individui è molto flessibile. In ciascun esempio, la politica da adottare sullo spargimento dei rifiuti viene concepita su misura per le esigenze di ogni specifica situazione. Inoltre, un simile sistema, è in grado di reagire con prontezza ai cambiamenti, che siano i costi della raccolta dei rifiuti o i danni causati dai rifiuti non raccolti[...]nel considerare lo spargimento di rifiuti sul suolo pubblico, non esiste un sistema sintonizzato con precisione che risponda ai bisogni e ai desideri dei singoli individui. Anzi, il suolo pubblico è sotto la tutela dello stato, ed è lo stato stesso a trattare le richieste del consumatore in modo piuttosto arrogante, praticamente ignorandole. L'impresa statale è la sola impresa che risponderebbe ad un aumentato desiderio di spargimento dei rifiuti con una determinazione irremovibile ad eliminarlo, rifiutando dunque di adattarsi sia ai desideri del consumatore, sia all'evoluzione della tecnologia. La legge è legge. Lo stato può funzionare in questo modo perchè è fuori dal mercato. Non ottiene le sue entrate nel processo di mercato dello scambio volontario; le ottiene tramite la tassazione, processo che non ha alcun rapporto con la capacità di accontentare i clienti.
L'argomento statale contro lo spargimento dei rifiuti è che ciò accada per mancanza di rispetto dei diritti altrui. Ma questo argomento non è valido. L'intero concetto dei rifiuti privati ne è una dimostrazione. Se i rifiuti sparsi fossero una violazione dei diritti ed una noncuranza per il benessere altrui, cosa diremmo dei rifiuti “sparsi” nei ristoranti, nei cinema ecc? I rifiuti esistono nel mercato privato proprio come mezzo per soddisfare il desiderio di benessere dei consumatori. Non si violano i diritti del padrone del ristorante spargendo rifiuti, proprio come non si violano mangiando, perchè entrambe queste cose vengono pagate[...]una politica sullo spargi-rifiuti, per poter essere flessibile, deve essere sostenuta da un sistema di prezzi[...]ma se lo stato varasse un sistema di questo tipo andrebbe contro la sua stessa natura, fondata su quel sistema delle imposte che risulta interamente separato dall'abilità o meno di soddisfare i desideri dei consumatori.
[...]alla luce dell'inflessibilità dello stato e del suo apparente disinteresse nel venire incontro ai gusti del pubblico, come va considerato lo spargi-rifiuti? Lo spargi-rifiuti tratta la proprietà pubblica più o meno allo stesso modo in cui tratterebbe la proprietà privata, se solo ne avesse la possibilità. Vale a dire, ci sparge sopra la spazzatura. E' stato dimostrato che non vi è nulla di intrinsecamente malvagio in questa attività, e che se non fosse per la calcificazione governativa, essa sarebbe largamente accettata nell'arena pubblica, come lo è nell'arena privata. E' un'attività che andrebbe regolamentata secondo i bisogni degli individui, non per decreto statale.
Dobbiamo concludere, perciò, che lungi dall'essere un nemico della collettività, lo spargi-rifiuti sia in realtà un eroe. Il coraggio evidenziato dallo spargi-rifiuti, vista l'intensa campagna diffamatoria contro di lui, è notevole. E, più importante ancora, il comportamento dello spargi-rifiuti, che di proposito prende la legge nelle sue mani, può servire da protesta contro un sistema ingiusto.
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L'acqua è un bene pubblico: e allora perchè ci vietano di usarla?
lunedì 14 luglio 2008 alle 22:25 Pubblicato da Tommaso Lorenzi
E' notizia di questi giorni che il Comune di Siena, in previsione della possibile crisi idrica, ha emesso un'ordinanza che pone limiti al consumo di acqua potabile nei mesi estivi.Da libertari, profondamente convinti che un bene pubblico non sia tale in quanto offerto da enti pubblici, ma perchè nessuno possa sottrarlo al godimento dei cittadini, seguiamo da sempre con occhio scettico la montagna di retorica che accompagna il dibattito sull'acqua.
Più che un dibattito si tratta spesso di un soliloquio di quanti individuano un problema concreto -la scarsità dell'acqua in certi periodi e in certi luoghi, appunto- e individuano la soluzione in provvedimenti che ingigantiscono questa difficoltà fino a renderla palese, col divieto di consumo imposto con la forza.
Ciò che emerge da queste discussioni è infatti la necessità di socializzare un bene scarso come l'acqua al fine di sottrarla alla legge della domanda e dell'offerta: togliere l'acqua al mercato per consegnarla nelle mani di un monopolista che si occupi di calmierarne il prezzo, se non addirittura di assicurarne la gratuità.
Si tratta di una visione ingenua, ideologica e pericolosa, frutto di due gravi errori di metodo:
- non tiene conto dell'aspetto economico, sostenendo una presunta diversità del bene in oggetto rispetto ad altri;
- ritiene che la scarsità di acqua sia un problema assoluto, mentre si tratta per lo più di uno squilibrio nell'allocazione della risorsa.
Di fronte a questa situazione, due sono le risposte possibili: continuare a tenere artificialmente basso il prezzo dell'acqua e limitarne l'utilizzo entro certi limiti, o rimuovere le barriere al mercato, facendo sì che il prezzo dell'acqua oscilli secondo il rapporto domanda/offerta.
Le differenze tra queste due soluzioni sono enormi.
Con la prima non si fa che alimentare il circolo vizioso alla base della crisi: se i prezzi non sono liberi di variare, non possono svolgere il proprio ruolo di indicatore della scarsità di un bene.
La conseguenza, drammaticamente evidente nel caso delle risorse idriche, è che il consumo di quel bene non rispetta i parametri di razionalità imposti dal calcolo economico, e si assiste a continui sprechi che alimentando la scarsità ingigantiscono la crisi. Per cercare di porre un freno a questa scia di errori, si pensa quindi di limitare la libertà individuale in maniera del tutto arbitraria, vietando il consumo di acqua per certi tipi di uso e consentendolo per altri.
Il razionamento e i divieti sono quindi un tentativo, sbagliato e inutile, di risolvere un problema che le stesse istituzioni pubbliche creano controllando il mercato.
Vi sono migliaia di esempi al mondo di simili situazioni, risolte nel momento in cui i prezzi, lasciati liberi di oscillare, sono saliti, rendendo assai gravoso lo spreco.
Per rendere efficienti i consumi (specialmente in ambito agricolo, laddove le tecnologie di irrigazione usate sono spesso obsolete e “sprecone”) e per spronare a tamponare le enormi falle delle reti idriche, l'unica soluzione passa per privatizzazioni e liberalizzazioni autentiche.
Risparmiare acqua si può e si deve, ma lo si fa solo se è conveniente: il remoto pericolo di una multa difficilmente limiterà gli eccessi dell'uso comune, che vanno molto al di là del lavaggio di una macchina in giardino o del riempimento di una piscina per cercare un po' di refrigerio.
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Noi stiamo con le vere vittime, gli onesti cittadini
mercoledì 9 luglio 2008 alle 18:44 Pubblicato da Tommaso Lorenzi
Quando la protezione delle forze dell'ordine non basta per fronteggiare la criminalità, che ormai raggiunge anche i più oscuri paesini della nostra amata Toscana, al cittadino non resta altra soluzione che l'autodifesa. Ci auguriamo che al signor Sestini vengano risparmiate le ripercussioni legali che troppo spesso accompagnano coloro la cui unica colpa è di vivere e lavorare in modo onesto, e rifiutare di piegarsi alla brutalità dei delinquenti".
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